Covid-19, mutazioni no, forse, si…

Il New York Times del 24 novembre 2020 riporta quanto appresso:

La mutazione che potrebbe aver “reso la pandemia

Una nuova ricerca suggerisce che una mutazione nel coronavirus all’inizio della pandemia lo ha aiutato a diffondersi più facilmente e ha reso più difficile fermarlo.

La mutazione, nota come 614G, è stata individuata per la prima volta in Cina a gennaio, prima di diffondersi rapidamente in tutta Europa e New York e alla fine ha conquistato gran parte del mondo, eliminando altre varianti del virus.

Per mesi, molti scienziati hanno sostenuto che la mutazione potrebbe essere stata semplicemente fortunata, manifestandosi per caso in grandi epidemie, come nel Nord Italia, che hanno seminato focolai altrove. Ma una serie di nuove ricerche supporta l’idea che il virus abbia sviluppato la capacità di infettare le persone più facilmente rispetto alla variante originale rilevata a Wuhan, in Cina.

Il virus originale si sarebbe diffuso in tutto il mondo a prescindere, dicono i ricercatori. Ma questa mutazione potrebbe averlo sovralimentato.

Quando tutto è stato detto e fatto, potrebbe essere che questa mutazione è ciò che ha reso la pandemia“, ha detto David Engelthaler, genetista presso il Translational Genomics Research Institute in Arizona.

David Engelthaler ha supervisionato il rapido sviluppo dei test diagnostici COVID-19 consentiti dalla FDA di TGen, la costituzione di un laboratorio diagnostico COVID con licenza federale e l’istituzione del laboratorio di riferimento per il sequenziamento AZ COVID.

Di questa mutazione se ne parlava già in piena estate 2020 come riporta “Il Messaggero” del 05 agosto 2020 citando l’intervento del direttore scientifico di Humanitas Alberto Mantovani, il quale ad Agorà Estate su RaiTre aveva affermato: «il virus è stabile, anche se è emersa una mutazione, la 614G, che forse lo rende più aggressivo».

Sempre “Il Messaggero” il 16 luglio 2020 riportava il pensiero del prof. Massimo Ciccozzi, epidemiologo, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, autore di numerose pubblicazioni su Sars-CoV-2.

“La mutazione che lo ha reso più contagioso è avvenuta da febbraio e si è mantenuta perché si è rivelata utile, ma c’è anche la mutazione sulla proteina NSP6, legata all’autofagia.”

Alla domanda: “Ma allora perché alcuni scienziati assicurano che no, Sars-CoV-2 non è mutato?” Il prof. Ciccozzi rispondeva «Forse si teme che le persone, sentendo che il virus è mutato, pensino che sia diventato più aggressivo e si spaventino. O che sia diventato più buono, e allora rinuncino alle misure utili per contenere la diffusione. In realtà però fino ad ora dal punto di vista della patogenicità il virus è rimasto lo stesso».

Anche il “Corriere della Sera” del 15 giugno 2020 si era occupato dell’argomento:

“I ricercatori hanno dimostrato che questa mutazione ha avuto l’effetto di aumentare notevolmente il numero di picchi (spike) “funzionali” (che possono penetrare nelle cellule) sulla superficie del virus, come ha detto l’autore senior, Hyeryun Choe. «Il numero – o la densità – di picchi sul virus è 4 o 5 volte maggiore a causa di questa mutazione», con l’effetto che ogni particella virale con questa mutazione ha una maggiore capacità di infettare le cellule bersaglio. La ricerca ha anche scoperto che la mutazione è quasi 10 volte più infettiva in un ambiente di laboratorio rispetto ad altri ceppi.”

Per non farla lunga, un’ultima citazione sull’argomento: l’articolo su “Scienzainrete” del 03 luglio 2020.

“Il virus portatore di questa mutazione, denominata D614G e apparsa nel corso della pandemia, ha preso il sopravvento sul virus originario in tutto il mondo, fuorché in Cina. … La mutazione appare in posizione 614, ossia tra la porzione della proteina Spike che si lega alle cellule dell’ospite e quella che dà il via al processo di fusione virus-cellula ospite: si tratta di una posizione privilegiata per influenzare ambedue queste fasi preliminari del processo di infezione. Questa mutazione determina la sostituzione con una glicina (G) al posto dell’acido aspartico (D) nella proteina Spike”.

“Alcuni studi hanno testato la capacità delle proteine Spike del tipo wild e mutato,… “ e concordano nel “concludere che la mutazione della Spike aumenta la concentrazione del virus all’interno delle cellule e quindi la sua infettività. L’aumento di infettività del virus non è dovuto a un aumento dell’affinità di legame per il recettore ACE2 delle cellule dell’ospite ma piuttosto a una più efficiente fusione tra il virus e la cellula ospite.”

L’osservazione dei casi e studi correlati hanno fatto ipotizzare “l’esistenza di differenze genetiche tra i soggetti di origine europea e quelli di origine cinese che condizionano l’influenza della mutazione sull’infettività del virus.” A tal proposito “Bhattacharyya et al. e Russo et al., in maniera indipendente, hanno osservato che nella popolazione di origine europea è molto frequente una mutazione, questa volta a carico del genoma umano che, in presenza del virus mutato, attiva una cascata biochimica il cui risultato è un’aumentata fusione tra virus e cellule dell’ospite e una aumentata trasduzione del virus in queste cellule. Nei cinesi, la mutazione del virus non è altrettanto efficace nel favorire l’infettività virale perché in quella popolazione la mutazione è molto rara.”

Infine, la posizione 614 fa parte “delle porzioni della proteina Spike contro cui si formano e a cui si legano gli anticorpi anti-Spike (Koyama et al., 2020)” determinando “il suo comportamento nei confronti degli anticorpi elaborati dall’ospite”. Sembra, infatti, “ che gli anticorpi prodotti da pazienti infetti nei confronti di virus con la mutazione sono meno efficaci nel neutralizzare il virus rispetto a quelli prodotti nei confronti del tipo wild, D614.”

“La mutazione D614G è quindi, per il momento, l’unica mutazione acquisita dal virus per effetto di una selezione positiva che, nei Coronavirus e in particolare nel SARS-CoV-2, è estremamente rara”.

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